C’è chi per fare una pausa fuma una sigaretta, chi beve un caffé. Io mi faccio spesso e volentieri dieci minuti a Urban Terror. Ovviamente con sigaretta e caffé.
UrT è una TC sull’engine Q3 della id, sul genere di CS. Mi piace parlare da nerd! Insomma Urban Terror è un rifacimento basato sul motore grafico di Quake III della id software. Simile a Counter Strike, ma più spassoso. Gratuito, per niente esoso quanto all’hardware, lo si gioca online sparando ad esseri umani veri: a tutto quello che si muove (FFA – Free For All), oppure a quello che si muove della squadra avversaria (Team Deathmatch oppure Survivor); per chi odia gli scout tra di noi e si diverte a fargli gli scherzetti, si offre la variante Capture the Flag. Alla variante Bomb non ci ho mai giocato, perché le bombe mi diverto a piazzarle, non a disinnescarle.
Ci sono diverse mappe: la migliore in assoluto penso sia Riyadh Graveyard (al momento in cui scrivo ci sono ben due server dedicati); poi a me piace anche Ramelle – ambientazione come da Salvate il soldato Ryan -, Swim, Eagle – in uno scenario da Dove osano le aquile – Oildepot… insomma quasi tutte tranne un paio davvero insopportabili.
Ma il bello del tutto – ripeto - è che dall’altra parte non c’è un programma a generare gli avversari: si tratta di essere umani veri! e qualche volta con rammarico devi constatare che non ce li hai davanti in carne e ossa e non li puoi ammazzare sul serio: con un bel headshot o lentamente a coltellate, a seconda della gravità della colpa.
Non so come, ma girando per casa mi è capitata in mano l’opera omnia di Ricolfi. D’accordo, ha scritto anche qualcos’altro oltre a quello che ho trovato in giro. Però mi ha un po’ stupito trovare tutta ’sta roba…
Neppure lo conoscevo Ricolfi: leggo un po’ di tempo fa per caso Perché siamo antipatici: bello. Poi mi capita in mano Tempo Scaduto, a proposito del contratto di Berlusconi con gli italiani, buono anche questo. Ieri infine, nascosto tra varie cartacce, salta fuori Le tre società. E a ’sto punto, fatto 30, facciamo 3, e mi sono letto anche questo.
E’ incredibile. Mi fa quasi pena e quasi soffro con lei. Ma è mai possibile che ogni anno, da almeno dieci anni a questa parte, questa povera crista si buschi sempre l’influenza? Sempre la prima a prendersela e l’ultima a guarire. Io lo dico a Brunetta!
Levataccia ’sta mattina. Mio fratello cerca alle 7 del mattino (sic!) le sigarette e pensa bene di svegliarmi (arisic!) per chiedermi dove le ho nascoste. E così invece di dormire fino a mezzogiorno, a mezzogiorno circa eravamo in fila davanti a Palazzo Marino per vedere la conversione di Saulo del Caravaggio, recentemente restaurato. Anzi, a mezzogiorno eravamo in realtà a Palazzo Reale alla ricerca dell’esposizione del Caravaggio: niente, perché l’opera è esposta in Comune, fino al 16 dicembre; però a Palazzo Reale mi è cascato l’occhio sulla mostra in corso di Magritte e quindi – visto il Caravaggio – siamo poi tornati indietro.
Un’ora abbondante di coda per il Caravaggio – d’altronde l’esposizione è gratuita; due giapponesi dietro a noi che da bravi giapponesi amano il dolore; o per lo meno la sofferenza; o per lo meno mi è risultato incomprensibile perché a due metri dall’ingresso abbiano rinunciato ad entrare e siano andati via dopo essersi fatta tutta la fila. Mah. Giapponesi.
Da qualche giorno, un giorno sì e uno no, Roberto Perotti – autore dell’Università truccata- è ogni giorno su una rete televisiva diversa a spiegare la sua soluzione per l’Università italiana. Scelta comprensibile, per chi voglia promuovere il proprio libro. Eppure è proprio per via di questi interventi – nonostante il tema mi interessi -che non leggerò il suo saggio.
Prima di tutto io sono arcistufo di denunce: la casta, e i sindacati, e le banche, e i furbetti del quartierino, e la camorra. Adesso arriva, buona ultima, l’Università. Basta: io non ne posso più di cahiers de doléances: vorrei proposte e soluzioni praticabili. Ed è per questo che Perotti non solo non mi ha spinto a comprare il suo libro, ma mi ha anzi convinto a tenermene alla larga: perché a giudicare dai suoi interventi ogni volta che si arriva al dunque anche lui resta nel vago.