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Caravaggio e Magritte a Milano

Pubblicato da Alessio Margutta su 24 Novembre 2008

Levataccia ’sta mattina. Mio fratello cerca alle 7 del mattino (sic!) le sigarette e pensa bene di svegliarmi (arisic!)  per chiedermi dove le ho nascoste. E così invece di dormire fino a mezzogiorno, a mezzogiorno circa eravamo in fila davanti a Palazzo Marino per vedere la conversione di Saulo del Caravaggio, recentemente restaurato. Anzi, a mezzogiorno eravamo in realtà a Palazzo Reale alla ricerca dell’esposizione del Caravaggio: niente, perché l’opera è esposta in Comune, fino al 16 dicembre; però a Palazzo Reale mi è cascato l’occhio sulla mostra in corso di Magritte e quindi – visto il Caravaggio – siamo poi tornati indietro.

Un’ora abbondante di coda per il Caravaggio – d’altronde l’esposizione è gratuita; due giapponesi dietro a noi che da bravi giapponesi amano il dolore; o per lo meno la sofferenza; o per lo meno mi è risultato incomprensibile perché a due metri dall’ingresso abbiano rinunciato ad entrare e siano andati via dopo essersi fatta tutta la fila. Mah. Giapponesi.

Quello che ha colpito me – che non sono certo un esperto di storia dell’arte- è stata la luminosità del dipinto. Già lo si poteva intuire dal filmino che documentava le tecniche di restauro e le varie fasi del suo avanzamento: dietro lo sporco e le incrostazioni apparivano colori brillanti, bianco, luce. Ma tanto per dare un’idea:

prima

Caravaggio, La conversione di Saulo, 1600. Prima...

e dopo

... e dopo il restauro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A vedere il prima e dopo uno accanto all’altro, mi accorgo adesso di come il dipinto abbia guadagnato – oltre che in luce e dettagli – in volume e profondità.

D’accordo, anche un gran premio lo si vede meglio in televsione, ma se abitate a Milano o siete di passaggio, vale la pena di darci un’occhiata dal vivo. Gratuito, come detto. Orario continuato tutti i giorni dalle 9:30 alle 19:30; il giovedì fino alle 22:30. E poi in un giorno feriale, ci sarà – immagino – meno ressa. Vale la pena anche perché il dipinto fa parte della collezione privata di casa Odescalchi, dove tornerà terminata l’esposizione.

Si impara tra l’altro che il dipinto ha avuto una vita tormentata e che controverse sono le ragioni che spinsero Caravaggio a svolgere lo stesso soggetto in tutti altri termini.  Se si vuole approfondire, segnalo http://www.caravaggio.rai.it/ita/demo.htm, realizzato nel complesso abbastanza bene, tranne un’inutile e fastidiosissima visita virtuale.

La Conversione di Saulo -seconda versione

Caravaggio, La Conversione di Saulo, 1601 (seconda versione)

 

E veniamo a Magritte. Il Mistero della Natura che onestamente mi ha dato più soddisfazione. Alla fine, interminabile discussione con mio fratello: a me Magritte piace. Ho insistito io per andarlo a vedere ché lui non ce l’aveva presente. Solo che io lo trovo inquietante; lui invece rilassante. Vabbè.

L'art de la conversation, 1950

René Magritte, L'art de la conversation, 1950

A me i quadri di Magritte danno un senso di vertigine: seguo due normalissimi cigni, in un normalissimo laghetto, fino a quando l’acqua… no, non si confonde con il cielo. Non diventa cielo. Bisogna saltare in tutt’altro piano – quasi fosse un’altra dimensione – e solo allora si vede il cielo. Torno indietro per vedere l’insieme. Macché. Anzi, i due piani – l’acqua e il cielo - danno vita ad un terzo piano, una scritta: Amour. Mi prende una sensazione strana e allungo il collo verso la targhetta accanto al quadro per leggerne il titolo: l’art de la conversation. E di nuovo mi trovo altrove. Non sono come parti di un tutto che attendano di essere ricomposte; piuttosto il tutto lo rompono. Non c’è trascendenza o simbolismo, offerta o rinvio ad un significato: i piani coesistono, chiusi  in se stessi e in se stessi autosufficienti, coesistono semplicemente e questa loro coesistenza genera - talvolta - un piano ulteriore. 

Giorgio De Chirico, Melanconia, 1912

Giorgio De Chirico, Melanconia, 1912

I dipinti di Magritte mi ricordano per certi versi le figure ambigue di Edgar Rubin.  Oppure le illusioni ottiche di Escher. Oppure – forse più da vicino - Deleuze. Ma per restare in ambito artistico, l’atemporalità che si avverte nei dipinti di Magritte fa pensare talvolta a Giorgio De Chirico: solo che in De Chirico è come se ci si trovasse in un’altra dimensione temporale, al limite al di fuori del tempo; mentre mi sembra che in Magritte il tempo sia piuttosto come assente fin dal principio: pura coesistenza e simultaneo darsi degli oggetti.

Ed è proprio la familiarità degli oggetti - una mela, una pipa, il profilo di una persona – insieme al loro accostamento inusuale – una pietra accanto ad una nuvola, scarponi che si fanno piedi – ad accentuare l’effetto di straniamento.

E se  poi chi ha allestito la mostra piazza come un architrave in mezzo alla stanza, quasi una cornice, e tu ti ci ritrovi davanti, e ci vedi attraverso un quadro di Magritte – e di quadri di Magritte ne hai già visti una ventina – magari per un istante senti la realtà sparire di sotto ai tuoi piedi. Dura solo lo spazio di un istante, ma è sufficiente per sentirsi parte di un quadro di Magritte e di una delle sue dimensioni.

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