
Robert Ekelund, Robert Hebert, Robert Tollison, Il mercato del Cristianesimo, Università Bocconi, Milano, 2008
“Vuol questo significare che il mercato del Cristianesimo, al pari di Sacred Trust, il libro che i medesimi autori pubblicarono sulla stessa tematica nel 1996, è un contributo inutile e privo di interesse?”, si chiede Stefano Zamagni nella prefazione. E continua: “In verità, se il fine che si intende perseguire è quello di adoperarsi per il superamento del carattere fortemente riduzionista della teoria economica contemporanea – una teoria che facendo affidamento su una visione parziale, e quindi distorta, dell’azione umana, sembra non essere in grado di far presa sulla realtà – allora contributi come il mercato del Cristianesimo costituiscono altrettante occasioni preziose per comprendere da dove è necessario ripartire nel lavoro di ricostruzione del discorso economico.”
Che è già tutto dire, se lo scrive chi è stato incaricato di curare la prefazione. Un modo molto diplomatico, insomma, per dire cosa non si dovrebbe fare.
Per quanto mi riguarda, non posso che essere d’accordo. Ci sono alcuni case-study che gridano davvero vendetta al cielo: sostenere, ad esempio, che le disposizioni in materia di penitenza – tra cui l’astensione dalla carne di venerdì – siano state modificate nella Paenitemini del 1966 tendendo in considerazione la produzione di carne e pesce a livello mondiale e per di più favorendo le attività produttive italiane legate alla trasformazione del cuoio – calzature e pelletteria – suona come una bestialità, anche per chi – come il sottoscritto – non conosca né abbia intenzione di approfondire la discussione che in quegli anni ha portato alla revisione dei precetti. Oppure cercare di stabilire un nesso tra la dimensione delle cattedrali e il passaggio di una regione al protestantesimo – quanto più imponenti le cattedrali, tanto più probabile il permanere di un paese nell’alveo del cattolicesimo – è solo un altro dei tanti esempi che si potrebbero fare.