La caduta di Roma e la fine della civiltà
Pubblicato da Alessio Margutta su 28 Dicembre 2008
Io me lo ricordo ancora adesso. D’accordo, non mi ricordo se ero in quarta o quinta elementare. Ma mi ricordo come se fosse oggi quando a scuola ho appreso che l’impero romano era caduto. Sì che in fondo non vivevo mica sulla luna. Eppure un’enorme tristezza. E quella stessa sera davano alla televisione un polpettone in costume, Masada, dove i romani non fanno proprio una bella figura. E così a tristezza si era aggiunta tristezza.
E mi succede ancora oggi: ogni volta che mi capita di leggere qualcosa sull’antica Roma mi prende una certa malinconia che non so dire. Ma perché? Perché non c’è più? Perché è caduto l’impero romano? Oggi in questa malinconia mi ci sono tuffato volontariamente, perché già il titolo non dà adito a equivoci: la caduta di Roma e la fine della civiltà.

Bryan Ward-Perkins , La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, 2008
La cosa buona, che riconcilia subito con quanto si è imparato alle elementari sul sussidiario – c’è ancora? si chiama ancora così? – è che una caduta secondo Ward-Perkins c’è stata: i barbari sono barbari, non popoli che migrano; i regni barbarici saranno anche il seme da cui nascerà l’Europa; ma sono innanzitutto causa della fine dell’impero romano e del tramonto di una civiltà.
La tesi di fondo del libro è infatti che le invasioni barbariche abbiano distrutto una civiltà molto sviluppata, superiore in tecnica e organizzazione, e per questo – in fondo – intrinsecamente debole: l’impero romano contava infatti di un esercito professionale di circa 500-600mila soldati, attestati soprattutto sulle frontiere. Le risorse per finanziare quella che oggi chiameremmo la difesa venivano da tutto l’impero, nello specifico dalle regioni che non erano esposte alla pressione dei barbari. Lotte intestine in seno all’impero e le concomitanti invasioni barbariche fecero sì che venissero a mancare al governo imperiale – soprattutto a quello di occidente – parte consistente dei fondi necessari a mantenere l’esercito, con ciò favorendo l’ingresso di nuovi barbari e permettendo nuovi saccheggi , in una spirale che ha portato nel giro di un secolo alla sua caduta. Almeno nella parte occidentale. Al tempo non esisteva l’emissione di debito pubblico – per quanto certi pagherò citati nel libro come salario per i legionari possano ricordarlo – e le risorse dovevano essere rese disponibili immediatamente attraverso l’unica fonte di introiti, le tasse. Ora quale sconquassi abbiano provocato le invasioni barbariche sull’economia lo si può desumere dal quinquennale sgravio fiscale di quattro quinti delle imposte, concesso nel 413 all’Italia centrale e meridionale, poco dopo che i Goti avevano lasciato la penisola. Sgravio prorogato nel 418, in un momento in cui il governo imperiale aveva un disperato bisogno di denaro fresco.
L’impero d’oriente fu salvato – pur con notevoli mutilazioni nei Balcani e in Grecia – sostanzialmente dal mare che lo divideva dall’Europa continentale, e dalla superiorità schiacciante della flotta romana. Lo stesso valse per lungo tempo ad esempio anche per l’Africa settentrionale, dove solo nel 429 – con il passaggio di Gibilterra – i Vandali riuscirono a mettere piede, e la Sicilia.
Un altro motivo di debolezza - sottolinea Ward-Perkins - era il sistema produttivo al tempo dell’impero romano: altamente sofisticato e per questo intrinsecamente fragile. La pace e la relativa sicurezza in seno all’impero avevano portato ad un grande sviluppo del commercio e a produzioni sempre più specializzate; per la ceramica e le armi questo è documentabile sulla base di ritrovamenti archeologici; ma tutto lascia supporre che lo stesso discorso sia valido per tutti quei beni di cui non ci è rimasta traccia: quando una regione – in seguito ai disordini provocati dai barbari – perdeva il contatto con le vie commerciali, venivano improvvisamente a mancare una serie di beni che da tempo non erano più prodotti in loco; parimenti, il venir meno di un mercato di sbocco metteva in difficoltà manifatture che – almeno nel caso della ceramica e delle armi – avevano bisogno di grossi volumi per poter funzionare. Il discorso si allarga anche alla produzione alimentare: c’erano zone specializzate nella produzione dell’olio, del vino, o del grano; i legionari - per essere nutriti – contavano su derrate provenienti anche da altre regioni; insomma, le invasioni provocarono un disastro nella struttura produttiva e logistica da cui l’Impero d’Occidente non si riprese mai più.
E’ importante sottolineare come per Ward-Perkins la crisi economica fu conseguenza delle invasioni, e non causa che le abbia favorite: quello d’Oriente – solo lambito dai barbari e in pace con l’impero persiano – visse anzi un periodo di espansione economica fino al VII secolo. Per la parte occidentale i dati non sono così univoci; ma sono chiari abbastanza per parlare – al peggio - di quello che oggi chiameremmo un momento di stagnazione nel IV secolo; che le invasioni trasformarono non in una dura recessione, ma nella fine di una civiltà.
Il resto del libro è dedicato a suffragare questa tesi, che della fine di una civiltà si è trattato, mostrando per contrasto il prima e il dopo la caduta di Roma e come l’alto livello di civilizzazione raggiunto dal mondo romano sia andato irrimediabilmente perduto per secoli. Per quasi un millennio a essere precisi. L’attenzione si concentra non su opere artistiche, o sui lasciti ben noti del mondo romano – quali il diritto; anzi, di questi aspetti quasi non viene fatta menzione; piuttosto sulla capacità della civiltà romana di produrre in massa beni di alta qualità: ad esempio le ceramiche, fino al IV secolo di ottima fattura e accessibili grazie ai volumi prodotti anche alle classi meno abbienti: in Francia ad esempio sono stati rivenuti i resti di una enorme manifattura che ricorda da vicino un’impresa moderna: alcuni pezzi, a cui fu praticato un foro per renderli inservibili ed evitare che finissero sul mercato, furono chiaramente scartati perché non avevano superato il controllo di qualità; i tetti in tegole o le costruzioni in mattoni o pietra legate con la calce non erano un’esclusiva degli edifici pubblici più importanti, ma la tecnica costruttiva utilizzata anche per le più comuni masserie. Quando in Britannia – Ward-Perkins da inglese ne parla diffusamente – i vasi si fanno di qualità inferiore, gli edifici di legno e paglia, quando la moneta di rame scompare e al suo posto prende piede il baratto, quando l’economia regredisce ad un livello pre-romano, è difficile non convenire con lui che si assiste alla vera e propria fine di un mondo.

Una coppia di benestanti pompeiani: la scrittura - il rotolo nelle mani di lui e le tavolette cerate in quelle di lei - come segno dello stato sociale raggiunto. Pare si trattasse della casa di Terenzio Neo, panettiere.
Altro aspetto sottolineato è l’alfabetizzazione: requisito indispensabile per gli ufficiali, scontata per gli aristocratici e status symbol per ogni altra classe, era certamente parecchio diffusa: lo dimostrano i graffiti di Pompei; ma un aneddoto dà la misura di quanta parte della popolazione fosse probabilmente in grado di leggere e scrivere: sono stati rinvenuti alcuni proiettili per fionda usati nell’assedio di Perugia del 41 a.C. da parte delle truppe di Ottaviano sui cui erano incise frasi che irridevano gli assediati: larga parte degli assedianti e di chi si difendeva all’interno della città erano evidentemente in grado di leggere. La scrittura non era insomma un’esclusiva di un’élite, come sarà invece per i secoli a venire.
Ottimo libro insomma. Che va contro a tanta storiografia degli ultimi anni che vuole gli sconvolgimenti verificatesi nel V secolo come più o meno pacifiche e ordinate migrazioni di popoli, la Völkerwanderung: “io ho seri dubbi che gli abitanti della valle della Garonna nel 419 fossero contenti che l’esercito dei Visigoti si stabilisse in mezzo a loro. [...] Già a partire dal 420 l’Aquitania era uno Stato visigoto indipendente, e non una provincia romana che si trovava ad ospitare un esercito alleato.” Non che i nuovi venuti volessero distruggere l’impero o disprezzassero la civiltà romana; ne erano al contrario affascinati e volevano piuttosto godere anche loro del benessere e delle comodità che il mondo romano aveva saputo raggiungere. Solo che – pur non avendone l’intenzione – di fatto distrussero un mondo.
Consiglio la lettura, anche perché il libro si legge molto bene. Di sicuro per merito dell’autore e non della traduzione di Mario Carpitella, pur elogiato nell’introduzione all’edizione italiana dall’autore stesso per la sua versione “attenta ed elegante”. Non posso certo giudicarla senza l’originale inglese. Ma l’italiano della traduzione, quello sì: così a pagina 68 si parla di rifugiati, che in italiano si chiamano profughi; oppure poco più avanti – pag. 71 – si legge “se tutto andava bene, lo stanziamento [...] avrebbe potuto essere…”. Altri esempi se ne trovano a iosa e non li riporto. Tranne una menzione per misteriosi vasi a ruota – wheel-turned pottery o pottery on a wheel nell’originale - che fanno capolino qui e là nel libro. E che altro non sono che vasi modellati sul tornio.
Alcuni stralci, in inglese, su GoogleBooks.
**** 07.01.09 ****
Sul Corriere è uscito ieri, 06.01.09, un articolo di Antonio Carioti. Per chi lo voglia leggere.
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