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Quella sera dorata, di Peter Cameron

Pubblicato da Alessio Margutta su 6 Febbraio 2009

Peter Cameron, Quella sera dorata, Adelphi, 2008

Peter Cameron, Quella sera dorata, Adelphi, 2008

 Dal risvolto di copertina di quella sera dorata:

“Quando qualcuno si accinge a scrivere una biografia, parenti e amici del biografato cercano quasi sempre di ostacolare l’iniziativa, nel terrore di trovarsi di fronte, in un futuro minacciosamente vicino, alla solita compilazione intessuta di svarioni, congetture e voli di fantasia non autorizzati. È quindi ovvio che né la moglie, né il fratello, né l’amante del defunto Jules Gund, autore di un solo e venerato libro, desiderano che il giovane Omar Razaghi si rechi nella tenuta di famiglia in Uruguay e si impicci di faccende – piuttosto scabrose, fra l’altro – che non lo riguardano. Ma Omar ha una fidanzata che ripone in lui consistenti aspettative e lo mette, di fatto, sul primo aereo per il Sudamerica – ignorando di consegnarlo così, nel ruolo di amoroso, a tre consumati professionisti della dissimulazione. È solo l’inizio di una commedia brillante e feroce, dove nessuna combinazione di fatti, sentimenti o rivelazioni è esclusa in partenza; e l’impeccabile regia stilistica di Peter Cameron si mette al servizio di una storia che, senza parere, molto dice su una delle perversioni collettive più grottesche e contagiose: la smania di guardare la vita altrui dal buco della serratura.”

Ecco, io vorrei conoscere il cretino che ha scritto questo risvolto. Solo per dirgli che magari cretino non è, ma almeno avrebbe dovuto leggere il libro prima di scriverne.

 

Così Adam, il fratello del defunto Jules Gund, è d’accordo fin dall’inizio che la biografia venga scritta e nessuno è contrario all’arrivo di Omar per il semplice motivo che Omar si presenta inatteso; di certo non viene consegnato nel ruolo di amoroso a “tre consumati professionisti della dissimulazione”; la commedia non è né brillante né feroce perché non è una commedia; e il libro non dice proprio niente su “una delle perversioni collettive più grottesche e contagiose: la smania di guardare la vita altrui dal buco della serratura”. Semmai il senso del libro - se proprio devo trovarne uno – è un altro: tuffarsi nella vita e viverla in prima persona, invece che attraverso il racconto degli altri, il ricordo o la fantasia.

*** Attenzione: questa sezione rivela, in tutto o in parte, la trama del libro. ***

Così Omar rinuncia a scrivere la biografia e finisce per sposare Arden, l’ultima donna di Jules Gund. E Caroline, la moglie di Jules Gund, che si era ridotta a dipingere copie di quadri famosi, a copiare la copia di una natura morta, alla fine rinuncia a dipingere  e ritorna a New York dove si risposa. Adam – il fratello di Jules Gund – lascia che il suo compagno Pete, molto più giovane di lui, vada a Montevideo a rifarsi una vita vera. In fondo anche il titolo originale – The city of your final destination – fa pensare ad un destino, non a una commedia.

L’unica forse che come comincia, così finisce, è Deirdre, la ragazza che Omar poi lascia per Arden: anche lei ha un nuovo compagno, anche lei cambia città, fa la sua carriera. Ma è come se la vita le scivolasse addosso, senza toccarla veramente; proprio quella più attiva, più decisa e determinata si congeda – e ci congeda dal libro – da spettatrice: gli altri vivono e lei li guarda vivere come in un’opera a teatro: 

Deirdre tornò al suo posto. Trovò un fazzoletto di carta nella tasca del cappotto e si soffiò il naso. Il suo amico le prese la mano. «Sei gelata» le disse.
«Sono andata fuori» disse Deirdre. «Fa freddissimo».
«Dammi qua» le disse. Le prese le mani tra le sue, che erano grandi, calde. Gliele strinse. «Chi era quella donna?».
«Una che ho conosciuto in Uruguay» disse Deirdre.
«E quando ci sei stata, in Uruguay?».
«Qualche anno fa» disse Deirdre. «Be’, quasi cinque anni fa, per la precisione».
«Cosa facevi in Uruguay?».
Deirdre scosse la testa.
«Raccontami».
«Oh, è una storia lunga».
«Raccontamela».
Deirdre aprì la bocca per parlare, ma le luci si smorzarono e tacque. Entrò il direttore d’orchestra e ricevette l’applauso del pubblico. Alzò le braccia e la musica iniziò.

Detto per inciso, l’opera sono i Racconti di Hoffmann, in cui si narra degli amori del protagonista – un poeta – per una bambola meccanica, per una cantante e per una cortigiana veneziana, che possono vagamente ricordare rispettivamente Deirdre, Arden e Caroline. Nell’opera il riscatto del poeta passa attraverso l’arte; per Omar abbandonando l’artificiosità di un rapporto vuoto come quello con Deirdre e l’università dove insegnava senza convinzione per tornare in Uruguay e dichiarare il suo amore a Arden.

Lo scrittore di cui Omar deve scrivere la biografia si chiama Jules Gund, che richiama già nel nome La gondola, titolo dell’unico suo libro; la gondola rappresenta un po’ il passato, il presente e una promessa di futuro: una gondola fatta portare da Venezia decenni prima dalla famiglia Gund che era scappata in Sudamerica per le persecuzioni naziste, giace abbandonata in un capanno in riva ad un laghetto vicino alla villa in Uruguay;  ma la gondola – il titolo del romanzo di Jules Gund – è anche il motivo per cui Omar si trova in Uruguay. E proprio per vedere la famosa gondola che ha ispirato il romanzo, Omar e Arden si incamminano verso il capanno dove questa è custodita e lungo il senitero si baciano per la prima volta.  A proposito: Omar prima di partire per l’Uruguay abita in un casa isolata, anch’essa in riva ad un lago artificiale ormai trasformatosi in pantano: una sera, al buio e alla ricerca del cane che si era impegnato ad accudire, Omar sprofonda nel fango rischiando quasi di morire; in Uruguay invece il cammino verso il laghetto è solo la prima tappa di Omar e Arden verso una nuova vita insieme.

La situazione in Uruguay tra i tre – il fratello, la moglie e l’amante di Jules Gund – non è delle più pacifiche: moglie e amante vivono sotto lo stesso tetto. Proverbialmente si direbbe che Omar sia finito in un vespaio; e mentre aiuta in campagna, viene punto da un’ape, ha una reazione allergica e rischia di morire. Metafora? Direi di sì. Insomma, penso verrebbe in mente pure a me un espediente migliore se lo scopo fosse solo quello di far giungere precipitosamente Deirdre al capezzale di Omar. Volendo si può continuare: così ci sono dei misteriosi quadri che Omar dovrebbe contrabbandare a New York per conto di Adam in cambio del suo assenso alla biografia; poi non se ne fa niente; non se ne fa niente anche in un altro senso, perché Caroline smette di dipingere e a New York ci si trasferisce.

***   Fine riassiunto della trama   ***
Peter Cameron, One Way or Another,1986. L'edizione Rizzoli del 1987 e quella Adelphi del 2008

Peter Cameron, One Way or Another, 1986. L'edizione Rizzoli del 1987 e quella Adelphi del 2008.

Sforzandomi di dire cose intelligenti, rischio addirittura di dirle. Credo che il libro possa davvero essere smontato in tanti pezzi, ma è un peccato, e lascio ad altri l’esercizio di approfondire la  loro simbologia e di ricomporli in un qualcosa di coerente.  L’ho fatto più per un riflesso condizionato che altro. E’ un esercizio che non mi piace perché ho sempre l’impressione di perdermi lo spettacolo: c’è il prestigiatore che fa il numero, e invece di godermelo, sto lì a cercare il trucco.

Il libro a me è piaciuto. L’ho comprato perché avevo letto - qualcosa come un mese fa – Paura della matematica, sempre di Cameron. Si tratta di una serie di brevi racconti, pubblicati anni fa da Rizzoli col titolo in un modo o nell’altro, e ripubblicati recentemente - scatendando l’ira di Paolo Cognetti - come paura della matematica da Adeplhi;  a mio avviso di qualità diseguale. Per farla breve, non è che il libro mi avesse davvero convinto. Però almeno due racconti mi avevano colpito: memorial day, storia di un bambino che decide di smettere di parlare e compiti a casa, dove un adolescente pone come schermo tra sé e la vita astrusi problemi algebrici, che inventa e poi tenta di risolvere.

Non è che in questi racconti succeda un gran che. Anzi, a dire il vero non succede quasi niente. Un po’ come in quella sera dorata: ho segnalato graficamente più sopra che avrei svelato la trama; ma chi non abbia letto la sezione può anche farlo: non c’è molto da svelare.  E’ il modo in cui Peter Cameron scrive che mi affascina. Davvero non dice niente, non succede mai niente, eppure lo si legge volentieri, senza annoiarsi. Per 300 pagine. Leggo in giro sulla rete che a qualcuno il suo stile ricorda quello di una qualche scuola di scrittura creativa. Mah. Giudizi altrui. Sarà perché io associo immediatamente scuola creativa con Baricco, che non sopporto, ma a me non sembra: non ricordo la frase ad effetto, l’immagine che dovrebbe condensare chissà quale senso, il periodo cesellato e tornito che illumina l’intera pagina. A me la prosa di Cameron sembra piana e senza sussulti proprio come le storie che racconta. L’effetto è… beh, lo lascio dire a Cameron stesso:

Vermeer, La lattaia

Vermeer, La lattaia

«E’ stato come un sogno,» disse Omar «o piuttosto un incubo. Tutto il viaggio è stato come irreale. Ancora non mi capacito di essere qui, non mi pare neanche di esserci».
«E dove le pare di essere?» chiese Arden.
«Non so. In nessun posto. Mi sento un po’ strano, come se galleggiassi».
 

Ecco, sembra appunto di galleggiare, che il tempo sia sospeso. Se dovessi dire a me Cameron ricorda – per le storie, l’ambiente che racconta e le atmosfere che si respirano in quello che di lui ho letto - Vermeer.

Ma in fondo ognuno ricorda ciò che conosce o ha già visto. Non vorrei mettere fuori strada. Se si dà un’occhiata ai giudizi di chi il libro l’ha letto, si vedrà facilmente che Cameron ha diviso in due i suoi lettori: per gli uni un capolavoro imperdibile, per gli altri quello che io chiamo un albero sacrificato all’editoria. C’è chi ci vede una brillante commedia – e mi piacerebbe capire dove -  chi precise descrizioni della psicologia dei personaggi. Io rispondo con un mah! Insomma, devo proprio essere l’unico a cui il libro è piaciuto e che però ci ha visto tutt’altro. Forse sono ingenuo come l’americano medio: si vedano ad esempio le recensioni in inglese su Amazon, dove si riassume la storia per quella che è, quella di un dottorando che trova una nuova casa e il vero amore. Insomma: a me il libro è piaciuto, ma non escludo che possa non piacere affatto.

Dal romanzo è anche stato tratto un film, nel 2007; non so neppure se sia uscito nelle sale italiane; ad ogni modo non l’ho visto e l’istinto mi dice che non vale la pena di vederlo.

2 Risposte a “Quella sera dorata, di Peter Cameron”

  1. Ganimede Dignan detto

    Semplicemente da leggere, merita così come il successivo romanzo di Cameron “un giorno questo dolore ti sarà utile”.

    • Alessio Margutta detto

      in effetti l’avevo letto qualcose come quindici giorni dopo aver scritto il post. Merita, se a uno piace Cameron. Come assaggio consiglio comunque di cominciare con “Paura della matematica”; poi magari l’appetito cresce.

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